Луиджи Пиранделло - Il fu Mattia Pascal / Покойный Маттиа Паскаль. Книга для чтения на итальянском языке стр 7.

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 Eseguito con le proprie mani, da sé, davanti allo specchio. Ora io, guardando Romilda e poi la madre, avevo pocanzi pensato: «Somiglierà al padre!». Adesso, di fronte al ritratto di questo, non sapevo più che pensare.

Non voglio arrischiare supposizioni oltraggiose. Stimo, è vero, Marianna Dondi, vedova Pescatore, capace di tutto; ma come immaginare un uomo, e per giunta bello, capace dessersi innamorato di lei? Tranne che non fosse stato un pazzo più pazzo del marito.

Riferii a Mino le impressioni di quella prima visita. Gli parlai di Romilda con tal calore dammirazione, chegli subito se ne accese, felicissimo che anche a me fosse tanto piaciuta e daver la mia approvazione.

Io allora gli domandai che intenzioni avesse: la madre, sì, aveva tutta laria dessere una strega; ma la figliuola, ci avrei giurato, era onesta. Nessun dubbio su le mire infami del Malagna; bisognava dunque, a ogni costo, al più presto, salvare la ragazza.

 E come? mi domandò Pomino, che pendeva affascinato dalle mie labbra.

 Come? Vedremo. Bisognerà prima di tutto accertarsi di tante cose; andare in fondo; studiar bene. Capirai, non si può mica prendere una risoluzione così su due piedi. Lascia fare a me: tajuterò. Codesta avventura mi piace.

 Eh ma obbiettò allora Pomino, timidamente, cominciando a sentirsi sulle spine nel vedermi così infatuato. Tu diresti forse sposarla?

 Non dico nulla, io, per adesso. Hai paura, forse?

 No, perché?

 Perché ti vedo correre troppo. Piano piano, e rifletti. Se veniamo a conoscere chella è davvero come dovrebbe essere: buona, saggia, virtuosa (bella è, non cè dubbio, e ti piace, non è vero?) oh! poniamo ora che veramente ella sia esposta, per la nequizia della madre e di quellaltra canaglia, a un pericolo gravissimo, a uno scempio, a un mercato infame: proveresti ritegno innanzi a un atto meritorio, a unopera santa, di salvazione?

 Io no no! fece Pomino. Ma mio padre?

 Sopporrebbe? Per qual ragione? Per la dote, è vero? Non per altro! Perché ella, sai? è figlia dun artista, dun valentissimo incisore, morto sì, morto bene, insomma, a Torino Ma tuo padre è ricco, e non ha che te solo: ti può dunque contentare, senza badare alla dote! Che se poi, con le buone, non riesci a vincerlo, niente paura: un bel volo dal nido, e saggiusta ogni cosa. Pomino, hai il cuore di stoppa?

Pomino rise, e io allora gli dimostrai quattro e quattrotto che egli era nato marito, come si nasce poeta. Gli descrissi a vivi colori, seducentissimi, la felicità della vita coniugale con la sua Romilda;

laffetto, le cure, la gratitudine chella avrebbe avuto per lui, suo salvatore. E, per concludere:

 Tu ora, gli dissi, devi trovare il modo e la maniera di farti notare da lei e di parlarle o di scriverle. Vedi, in questo momento, forse, una tua lettera potrebbe essere per lei, assediata da quel ragno, unàncora di salvezza. Io intanto frequenterò la casa;

starò a vedere; cercherò di cogliere loccasione di presentarti. Siamo intesi?

 Intesi.

Perché mostravo tanta smania di maritar Romilda? Per niente. Ripeto: per il gusto di stordire Pomino. Parlavo e parlavo, e tutte le difficoltà sparivano. Ero impetuoso, e prendevo tutto alla leggera. Forse per questo, allora, le donne mi amavano, non ostante quel mio occhio un po sbalestrato e il mio corpo da pezzo da catasta. Questa volta, però, debbo dirlo la mia foga proveniva anche dal desiderio di sfondare la trista ragna ordita da quel laido vecchio, e farlo restare con un palmo di naso; dal pensiero della povera Oliva; e anche perché no? dalla speranza di fare un bene a quella ragazza che veramente mi aveva fatto una grande impressione.

Che colpa ho io se Pomino eseguì con troppa timidezza le mie prescrizioni? che colpa ho io se Romilda, invece dinnamorarsi di Pomino, sinnamorò di me, che pur le parlavo sempre di lui? che colpa, infine, se la perfidia di Marianna Dondi, vedova Pescatore, giunse fino a farmi credere chio con la mia arte, in poco tempo, fossi riuscito a vincere la diffidenza di lei e a fare anche un miracolo: quello di farla ridere più duna volta, con le mie uscite balzane? Le vidi a poco a poco ceder le armi; mi vidi accolto bene; pensai che, con un giovanotto lì per casa, ricco (io mi credevo ancora ricco) e che dava non dubbii segni di essere innamorato della figlia, ella avesse finalmente smesso la sua iniqua idea, se pure le fosse mai passata per il capo. Ecco: ero giunto finalmente a dubitarne!

Avrei dovuto, è vero, badare al fatto che non mera più avvenuto dincontrarmi col Malagna in casa di lei, e che poteva non esser senza ragione chella mi ricevesse soltanto di mattina. Ma chi ci badava? Era, del resto, naturale, poiché io ogni volta, per aver maggior libertà, proponevo gite in campagna, che si fanno più volentieri di mattina. Mi ero poi innamorato anchio di Romilda, pur seguitando sempre a parlarle dellamore di Pomino; innamorato come un matto di quegli occhi belli, di quel nasino, di quella bocca, di tutto, finanche dun piccolo porro chella aveva sulla nuca, ma finanche duna cicatrice quasi invisibile in una mano, che le baciavo e le baciavo e le baciavo per conto di Pomino, perdutamente.

Eppure, forse, non sarebbe accaduto nulla di grave, se una mattina Romilda (eravamo alla Stìa e avevamo lasciato la madre ad ammirare il molino), tutta un tratto, smettendo lo scherzo troppo ormai prolungato sul suo timido amante lontano, non avesse avuto unimprovvisa convulsione di pianto e non mavesse buttato le braccia al collo, scongiurandomi tutta tremante che avessi pietà di lei; me la togliessi comunque, purché via lontano, lontano dalla sua casa, lontano da quella sua madraccia, da tutti, subito, subito, subito

Lontano? Come potevo così subito condurla via, lontano?

Dopo, sì, per parecchi giorni, ancora ebbro di lei, cercai il modo, risoluto a tutto, onestamente. E già cominciavo a predisporre mia madre alla notizia del mio prossimo matrimonio, ormai inevitabile, per debito di coscienza, quando, senza saper perché, mi vidi arrivare una lettera secca secca di Romilda, che mi diceva di non occuparmi più di lei in alcun modo e di non recarmi mai più in casa sua, considerando come finita per sempre la nostra relazione.

Ah sì? E come? Che era avvenuto?

Lo stesso giorno Oliva corse piangendo in casa nostra ad annunziare alla mamma chella era la donna più infelice di questo mondo, che la pace della sua casa era per sempre distrutta. Il suo uomo era riuscito a far la prova che non mancava per lui aver figliuoli; era venuto ad annunziarglielo, trionfante.

Ero presente a questa scena. Come abbia fatto a frenarmi lì per lì, non so. Mi trattenne il rispetto per la mamma. Soffocato dallira, dalla nausea, scappai a chiudermi in camera, e solo, con le mani tra i capelli, cominciai a domandarmi come mai Romilda, dopo quanto era avvenuto fra noi, si fosse potuta prestare a tanta ignominia! Ah, degna figlia della madre! Non il vecchio soltanto avevano entrambe vilissimamente ingannato, ma anche me, anche me! E, come la madre, anche lei dunque si era servita di me, vituperosamente, per il suo fine infame, per la sua ladra voglia! E quella povera Oliva, intanto! Rovinata, rovinata

Prima di sera uscii, ancor tutto fremente, diretto alla casa dOliva. Avevo con me, in tasca, la lettera di Romilda.

Oliva, in lagrime, raccoglieva le sue robe: voleva tornare dal suo babbo, a cui finora, per prudenza, non aveva fatto neppure un cenno di quanto le era toccato a soffrire.

 Ma, ormai, che sto più a farci? mi disse. È finita! Se si fosse almeno messo con qualche altra, forse

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