Чезаре Павезе - Луна и костры. Прекрасное лето / La luna e i falo. La bella estate. Книга для чтения на итальянском языке стр 9.

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Cinto stava a sentire. Ai miei tempi, dissi, i vecchi dicevano che fa piovere Tuo padre lha fatto il falò? Ci sarebbe bisogno di pioggia questanno Dappertutto accendono il falò.

 Si vede che fa bene alle campagne, disse Cinto. Le ingrassa.

Mi sembrò di essere un altro. Parlavo con lui come Nuto aveva fatto con me.

 Ma allora comè che lo si accende sempre fuori dai coltivi? dissi. Lindomani trovi il letto del falò sulle strade, per le rive, nei gerbidi

 Non si può mica bruciare la vigna, disse lui ridendo.

 Sí, ma invece il letame lo metti nel buono

Questi discorsi non finivano mai, perché quella voce rabbiosa lo chiamava, o passava un ragazzo dei Piola o del Morone, e Cinto si tirava su, diceva, come avrebbe detto suo padre: Allora andiamo un po a vedere e partiva. Non mi lasciava mai capire se con me si fermava per creanza o perché ci stesse volentieri. Certo, quando gli raccontavo cosè il porto di Genova e come si fanno i carichi e la voce delle sirene delle navi e i tatuaggi dei marinai e quanti giorni si sta in mare, lui mi ascoltava con gli occhi sottili. Questo ragazzo, pensavo, con la sua gamba sarà sempre un morto di fame in campagna. Non potrà mai dare di zappa o portare i cavagni. Non andrà neanche soldato e cosí non vedrà la città. Se almeno gli mettessi la voglia.

 Questa sirena dei bastimenti, lui mi disse, quel giorno che ne parlavo, è come la sirena che suonavano a Canelli quando cera la guerra?

 Si sentiva?

 Altroché. Dicono chera piú forte del fischio del treno. La sentivano tutti. Di notte uscivano per vedere se bombardavano Canelli. Lho sentita anchio e ho visto gli aeroplani

 Ma se ti portavano ancora in braccio

 Giuro che mi ricordo.

Nuto, quando gli dissi quel che raccontavo al ragazzo, sporse il labbro come per imboccare il clarino e scosse il capo con forza. Fai male, mi disse. Fai male. Cosa gli metti delle voglie? Tanto se le cose non cambiano sarà sempre un disgraziato

 Che almeno sappia quel che perde.

 Cosa vuoi che se ne faccia. Quandabbia visto che nel mondo cè chi sta meglio e chi sta peggio, che cosa gli frutta? Se è capace di capirlo, basta che guardi suo padre. Basta che vada in piazza la domenica, sugli scalini della chiesa cè sempre uno che chiede, zoppo come lui. E dentro ci sono i banchi per i ricchi, col nome dottone

 Piú lo svegli, dissi, piú capisce le cose.

 Ma è inutile mandarlo in America. LAmerica è già qui. Sono qui i milionari e i morti di fame.

Io dissi che Cinto avrebbe dovuto imparare un mestiere e per impararlo doveva uscire dalle grinfie del padre. Sarebbe meglio fosse nato bastardo, dissi. Doversene andare e cavarsela. Finché non va in mezzo alla gente, verrà su come suo padre.

 Ce nè delle cose da cambiare, disse Nuto.

Allora gli dissi che Cinto era sveglio e che per lui ci sarebbe voluta una cascina come la Mora era stata per noi. La Mora era come il mondo, dissi. Era unAmerica, un porto di mare. Chi andava chi veniva, si lavorava e si parlava Adesso Cinto è un bambino, ma poi cresce. Ci saranno le ragazze Vuoi mettere quel che vuol dire conoscere delle donne sveglie? Delle ragazze come Irene e Silvia?

Nuto non disse niente. Mero già accorto che della Mora non parlava volentieri. Con tanto che mi aveva raccontato degli anni di musicante, il discorso piú vecchio, di quando eravamo ragazzi, lo lasciava cadere. O magari lo cambiava a suo modo, attaccando a discutere. Stavolta stette zitto, sporgendo le labbra, e soltanto quando gli raccontai di quella storia dei falò nelle stoppie, alzò la testa. Fanno bene sicuro, saltò. Svegliano la terra.

 Ma, Nuto, dissi, non ci crede neanche Cinto.

Eppure, disse lui, non sapeva cosera, se il calore o la vampa o che gli umori si svegliassero, fatto sta che tutti i coltivi dove sullorlo si accendeva il falò davano un raccolto piú succoso, piú vivace.

 Questa è nuova, dissi. Allora credi anche nella luna?

 La luna, disse Nuto, bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano.

Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le piú grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli alloscuro, allora sarebbe lui lignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come il Valino non saprà nientaltro ma la terra la conosceva.

Discutemmo come cani arrabbiati un bel po, ma lo chiamarono in segheria e io discesi sullo stradone ridendo. Ebbi una mezza tentazione di passare dalla Mora, ma poi faceva caldo. Guardando verso Canelli (era una giornata colorita, serena), prendevo in unocchiata sola la piana del Belbo, Gaminella di fronte, il Salto di fianco, e la palazzina del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani, profilata sulla costa dellestrema collina. Tante vigne, tante rive, tante coste bruciate, quasi bianche, mi misero voglia di essere ancora in quella vigna della Mora, sotto la vendemmia, e veder arrivare le figlie del sor Matteo col cestino. La Mora era dietro quegli alberi verso Canelli, sotto la costa del Nido.

Invece traversai Belbo, sulla passerella, e mentre andavo rimuginavo che non cè niente di piú bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quellodore della terra cotta dal sole dagosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore. E di nuovo, guardandomi intorno, pensavo a quei ciuffi di piante e di canne, quei boschetti, quelle rive tutti quei nomi di paesi e di siti là intorno che sono inutili e non danno raccolto, eppure hanno anche quelli il loro bello ogni vigna la sua macchia e fa piacere posarci locchio e saperci i nidi. Le donne, pensai, hanno addosso qualcosa di simile.

Io sono scemo, dicevo, da ventanni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione chera stata camminare la prima volta per le strade di Genova ci camminavo nel mezzo e cercavo un po derba. Cera il porto, questo sí, cerano le facce delle ragazze, cerano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, doverano? Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, mero accorto, che non sapevo piú di saperla.

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Se mi mettevo a pensare a queste cose non la finivo piú, perché mi tornavano in mente tanti fatti, tante voglie, tanti smacchi passati, e le volte che avevo creduto di essermi fatta una sponda, di avere degli amici e una casa, di potere addirittura metter su nome e piantare un giardino. Lavevo creduto, e mi ero anche detto «Se riesco a fare questi quattro soldi, mi sposo una donna e la spedisco col figlio in paese. Voglio che crescano laggiú come me». Invece il figlio non lavevo, la moglie non parliamone che cosè questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne, e tutto quello che per tanti anni ti sei portato dentro senza saperlo si sveglia adesso al tintinnío di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte.

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