Всего за 0.01 руб. Купить полную версию
Così è di questo tempo. Le grandi illusioni ghibelline sono finite fin dal 1313 con Arrigo VII. Se gli Imperatori scendono ancora in Italia da Lodovico il Bavaro a Carlo IV, a Venceslao, a Sigismondo, a Federico III, vengono per esiger taglie, trafficar titoli e diplomi, e se ne vanno. Settant'anni d'esilio in Avignone, quarant'anni di scisma, hanno sminuito e trasformato il Papa in un principotto italiano, che bada agli interessi suoi e de' suoi nipoti e lascia il partito Guelfo senza capo. Le due universali unità politiche, le due grandi forze ordinatrici, i due grandi ideali del Medio Evo sono dunque finiti e scomparsi nella storia italiana. Nè basta. Napoli s'è sottratta alla diretta soggezione imperiale. Venezia, che non fu mai nè guelfa nè ghibellina, che quasi non pareva appartenere all'Italia, cerca ora pigliarvi stato, e il difendersi da Napoli e da Venezia, nel linguaggio e nelle idee d'allora, val quanto difendere la libertà degli Stati italiani contro lo straniero. Nè basta ancora. Le potenti energie messe in moto dalla turbolenta libertà dei Comuni hanno dato vita ad una risurrezione d'arte e di sapere, ad una ristaurazione di classicismo, che sarà fondamento a tutta la cultura moderna, e che ora assorbe ogni attività spirituale e par fatta apposta per nascondere sotto i suoi fulgori la decadenza dei vecchi ordini repubblicani e la loro trasformazione in signorie. I Comuni colle loro lotte continue in casa, in piazza, in palazzo, stancavano tutte le forze del cittadino, fomentandone tutte le passioni, imponendogli attività e doveri continui. Ma ormai è venuta su una gente disposta a cercar riposo all'ombra d'un potere stabile e fermo, che tenga freno plebe e oligarchi; una gente, che vuol godere in pace, fra gli agi e i piaceri, il frutto della parsimonia e dell'operosità dei padri e degli avi, tanta ricchezza ammassata, tanto splendore e amenità di arti e di lettere e che per goderlo anche meglio si lascia cader le armi di mano, abbandonando l'arte della guerra al mestiere dei venturieri col fastidio superbo, colla noncuranza poltrona di opulenti, di mercanti, di artisti e di letterati. Aggiungete che l'umanesimo ha bisogno d'aiuto e di protezione signorile. Se la libera bottega bastò ai prodigi spontanei dell'arte, l'umanesimo tende a costituire una nuova aristocrazia piuttosto cortigiana, di quello che politicamente e virtuosamente operosa. Questo all'interno. E al di fuori? Al di fuori niun pericolo minaccia per ora: non dall'Impero troppo debole, non dalle altre nazioni ancora intente alla loro costituzione. Se un pericolo v'è, sta nella gelosia reciproca dei varii Stati italiani, nella necessità quindi di una politica di equilibrio tra i più forti, tanto più difficile a praticarsi, quanto più sono misteriosi e tutti egoistici e personali i motivi, pei quali le violenze e le rappresaglie si determinano. Firenze è al centro di tutto questo nuovo movimento di civiltà, di tutta questa trasformazione morale, sociale e politica, che si va compiendo, e in mezzo ad essa la signoria Medicea (di origine certamente meno illegittima di tante altre, in quanto sorge e si svolge dall'imo fondo dei rivolgimenti politici fiorentini) in mezzo ad essa la signoria Medicea si afferma e si assoda da Cosimo il Vecchio a Lorenzo il Magnifico, il quale ne segna l'apogèo, e dopo del quale non avrà che a decadere (per poi vigoreggiare di nuovo con forme e in tempi affatto diversi), tanto in questo strano congegno del governo signorile, che il Burckhardt ha con ragione chiamato un'opera d'arte, al pari d'un poema o d'un quadro, tutto è affidato alle qualità personali dell'uomo. Ma di tutto quel nuovo ambiente, in cui il poter loro prevale, i Medici sono essi la causa o l'effetto? L'effetto, io credo. Sono la produzione spontanea delle condizioni generali del tempo e delle particolari, che escono dalla storia di Firenze. Quindi è necessario non dimenticar mai di considerare i Medici della prima stirpe per quel che sono, uomini del loro tempo, Lorenzo sopra tutti, che colle sue pecche non lievi e le sue straordinarie qualità è anzi il tipo ideale del Signore italiano del Rinascimento.
Lasciando ai genealogisti cortigiani di avvolgere le origini della famiglia Medici nelle nuvole della leggenda, dirò che essi appariscono relativamente tardi nella storia di Firenze, non prima, che si sappia, del 1301. Si dice che appariscono come sopraffattori di popolo nei sanguinosi tumulti, che finiscono alla proscrizione dei Guelfi bianchi e di Dante Alighieri. Si dice che con Salvestro de' Medici, il quale da Gonfaloniere di Giustizia, nel 1378, dà le mosse al tumulto de' Ciompi, essi cominciano a far l'arte loro di lusingar la plebe per aiutarsi a salire. Si dice che Giovanni di Bicci nel 1426, opponendosi a Rinaldo degli Albizzi, si atteggia a capo del partito popolare. Tuttociò è vero, come fatto. Ma è altrettanto conforme a verità trovarvi gli auspicii e il cominciamento del destino Mediceo? Se nel 1301 sono sopraffattori di popolo, vuol dire che erano violenti come tutti gli altri, come quel popolo stesso, il quale s'era armato dei cosidetti Ordinamenti di Giustizia. Se nel 1378 Salvestro ha parte nel tumulto de' Ciompi, non ve l'ha certo maggiore di Benedetto degli Alberti, di Giorgio Scali, di Tommaso Strozzi, i quali tutti sommuovono i Ciompi, cioè l'infima plebe, contro Piero degli Albizzi e la setta Guelfa. L'intervento dei Ciompi dà un carattere di rivoluzione sociale alla lotta, che non era nelle intenzioni dei sommovitori. Essi sono trascinati loro malgrado nella vittoria dei Ciompi, che si risolve poi in una prevalenza delle sette Arti Minori, e di questa l'Alberti, lo Scali, lo Strozzi sono le prime vittime, appunto perchè la parte ch'essi ebbero in tutto questo moto fu molto maggiore di quella di Salvestro de' Medici. La pretesa precocità dell'insidia Medicea, che si vuol dedurre dal tumulto dei Ciompi, è dunque una delle tante frasi fatte, che si ripete a carico dei Medici, ma che non ha fondamento nella storia. Quanto a Giovanni di Bicci, certo egli ha gran parte nella legge tutta popolare del Catasto del 1427, ma politicamente è un personaggio quasi insignificante: accresce bensì il credito e la ricchezza di Casa Medici, ma non può dirsi il fondatore politico di essa. Il suo fondatore vero è Cosimo il Vecchio. Quand'egli apparisce, le lotte si sono venute sempre più restringendo, e la rivalità dei Medici e degli Albizzi diventa quasi una lotta personale fra Cosimo e Rinaldo degli Albizzi, che, al dire di Jacopo Pitti, come principe maneggiava lo Stato. Costui pensa essere ormai tempo di troncare di colpo la sempre crescente potenza Medicea e fa chiamar Cosimo in Palazzo per ucciderlo, ma deve contentarsi dell'esilio; transazione, di cui il Sismondi, il Perrens sono inconsolabili, perchè Cosimo è richiamato dall'esilio un anno dopo e torna in patria in trionfo. Nei giorni più splendidi di Casa Medici, sulle pareti del gran salone nella villa di Poggio a Caiano questo ritorno sarà magnificato, figurandolo per quello di Cicerone, ricondotto in patria sugli omeri di tutta Italia. Il vero è che Cosimo, tornando dall'esilio il 6 ottobre 1434, si fermò e pranzò a Careggi, non permettendogli la Signoria di rientrare in Firenze prima di sera, e poichè Via Larga era piena di popolo aspettante, dovette sgattaiolare nel Palazzo della Signoria e passarvi la notte, rientrando solo al mattino seguente nella sua dimora di Via Larga, lo stupendo edificio, forse allora ancora in costruzione, in cui, fra quel misto di solidità e di eleganza, di cittadino e di principesco, sembra ch'egli abbia veramente improntato sulle muraglie il proprio genio.
Se Lorenzo il Magnifico fosse succeduto a Cosimo il Vecchio, i primi tempi della sua signoria sarebbero stati meno difficili e meno travagliata la sua giovinezza. Ma succedette invece a Piero il Gottoso, che in mille modi avea compromesso il potere della sua casa, più di tutto deviando da quella esteriore semplicità e modestia di Cosimo, che, unite alla grandezza degli intenti civili, alla protezione delle lettere, al buon uso della ricchezza, alla passione magnifica dell'edificare, per cui Benozzo Gozzoli, con allegoria, che sa di satira, lo figurò nel Camposanto di Pisa assistente colla famiglia all'edificazione della torre di Babele, mentre fecero dare alla potenza Medicea il passo decisivo, valsero a lui il titolo glorioso di padre della patria.